8.3.09
un piccolo regalo ai gulliverini vicini e lontani
eccovelo...
29.1.09
La Regione Abruzzo e il Diritto agli Studi Universitari.
In questo scenario rischia di scomparire il “microsettore” del Diritto agli Studi.
Poche decine di lavoratori negli Enti, circa un centinaio nelle ditte appaltatrici tra mense, case dello studente, pulizie. Un granello di sabbia.
Le Adsu però hanno un’utenza ampia e sensibile, perchè garantiscono un diritto fondamentale, quello agli studi universitari, a tutti gli studenti e anche a chi, meritevole, è in condizioni economiche disagiate. Su circa 70.000 universitari in Abruzzo quasi 7000 risultano idonei alla borsa di studio, cioè sono meritevoli e possiedono un reddito ISEE familiare al di sotto dei 16.000 Euro. Altre migliaia di studenti sono con redditi ISEE tra i 16.000 e i 20.000, fanno cioè notevoli sforzi per sostenere i propri studi e tendenzialmente utilizzano i servizi, economicamente più accessibili, delle Adsu, a partire dalle mense.
La crisi economica e reddituale delle famiglie si scaricherà sugli studi universitari dei più giovani. Mentre si affronta la crisi, sia con politiche rivolte alle imprese sia sul fronte degli ammortizzatori sociali, è bene dare “uno sguardo” anche al fronte del diritto allo studio, pena una ricaduta “classista” sugli studi, con conseguenze pesantissime sulla “coesione sociale” e sulla unanimemente declamata “mobilità sociale”
L’ VIII legislatura si è chiusa con un taglio secco di 2.400.000 (32%) sul fondo per il Diritto agli Studi Universitari nel bilancio per l’esercizio provvisorio, riportando la Regione dai 7,4Mni di Euro raggiunti dopo anni di sforzi a 5Mni di Euro.
Un dato da brividi, che travolge i servizi per gli studenti universitari e che precipita l’Abruzzo indietro di 10 anni.
Un dato che, se non corretto in sede di bilancio, porterà l’Adsu dell’Aquila, tanto per essere chiari, a dover scegliere tra il sacrificare le mense universitarie, arrivate a servire oltre 310.000 pasti l’anno o il sacrificare le nuove iniziative residenziali (Residenza diffusa e Residenza ex-Gesuiti).
Una scelta drastica sulle mense avrebbe ripercussioni devastanti per gli studenti universitari, una scelta drastica sulle residenze universitarie riporterebbe la percentuale degli alloggi sugli universitari al vecchio 0,4%, lontano dall’1% appena raggiunto, lontanissimo dall’oltre il 2% nazionale, anni-luce dal 3, 4, 5, 6 che caratterizzano le città-universitarie paragonabili a L’Aquila quali Camerino, Urbino, Pisa, Cosenza, Pavia, Siena, Perugia.
In un contesto difficile l’Adsu dell’Aquila ha abbattuto i suoi costi, ha riportato al 100% la copertura delle borse di studio e ha accresciuto i servizi rimettendo la città dell’Aquila in un contesto “competitivo” con le altre città universitarie.
Non bisogna inoltre dimenticare che l’Università dell’Aquila è un fattore di ricchezza straordinario per la città dell’Aquila: l’ “attrattività” dell’Ateneo, che si compone anche della garanzia della borsa di studio per tutti gli idonei e della qualità dei servizi per gli studenti, può aiutare questo territorio ad “ammortizzare” la crisi economica e ad uscire da essa con alcuni elementi di solidità.
Si può, con un po’ di attenzione da parte della Regione, mantenere i livelli raggiunti a garanzia di un diritto costituzionale anche in una fase difficile come quella attuale.
Nei prossimi 45gg il Presidente Chiodi e la sua maggioranza sceglieranno il destino di “governance” delle Adsu. L’esperienza di chi è uscente può consigliare di non perdere molto tempo nel discutere di “costi dei Cda”, che per le Adsu sono irrisori a fronte di una attiva e utilissima partecipazione studentesca e di una più efficace azione territoriale. Con l’esperienza da Presidente dell’Adsu mi permetto di consigliare al Presidente Chiodi e alla sua maggioranza di scegliere in fretta i nuovi Presidenti e i nuovi CDA, ma in ogni caso, che si scelga velocemente o no, faccio invece appello al Presidente Chiodi, alla sua Giunta, al Consiglio e alle forze politiche e sociali a porgere l’attenzione da subito a quella cifra in bilancio che è assolutamente da correggere, il più presto possibile.
E’ un granello di sabbia, ma i granelli di sabbia, posti nel luogo giusto, possono aiutare a rompere l’ingranaggio della crisi così come, posti nel luogo sbagliato, possono finire per rompere gli ingranaggi della coesione sociale.
Luca D’Innocenzo
Presidente uscente Adsu L’Aquila.
17.12.08
12 dicembre Sciopero Generale Generalizzato


I motivi per cui ho aderito allo sciopero generale indetto da Cgil e Cobas...
Per costruire un ponte reale di azione e protesta....
con i lavoratori della Funzione Pubblica colpiti dai tagli e costretti a offrire servizi ai cittadini in condizioni sempre peggiori....
con i lavoratori della Antonio Merloni colpiti dalla crisi e già in cassa integrazione
con i lavoratori del settore tessile in perenne recessione
con i lavoratori della comunicazione contro tutti i mali dell'inormazione italiana
con gli operai fincantieri di ancona, Dio li benedica
con i lavoratori del gruppo Elica con una azienda in attivo e molti compagni in cassa integrazione
con i pensionati colpiti dall'inflazione e vera forza morale del paese.
14.12.08
Niente acqua potabile per 150 studenti a Camerino
| Infiltrazioni in serbatorio struttura a causa forti piogge |
| (ANSA) - CAMERINO (MACERATA), 13 DIC - Il maltempo che ha colpito Camerino avra' strascichi pesanti per circa 150 studenti universitari residenti nel Campus gestito dall'Ersu a San Paolo. Il forte dilavamento del terreno ha provocato infiltrazioni nel serbatoio centrale, da cui si dipartono le forniture per gli appartamenti e le stanze del collegio. L'acqua, dunque, non e' piu' potabile, e non puo' essere usata neppure a fini domestici. Da domani partira' un servizio di approvvigionamento con taniche per gli usi domestici e verranno fornite bottiglie d'acqua. (ANSA). |
13.12.08
12 dicembre siopero generale: il precario non ha orario
Ho pensato "Il mio primo sciopero da lavoratore, non posso perderlo!"
Lo sciopero inizia alle 8 di mattina e dura 8 ore.
Dopo aver passato la nottata in bianco per terminare un lavoro da consegnare la mattina esattamente alle 7.45 invio il mio lavoro per email e mi addormento come un sasso. In barba alle leggi in materia ho iniziato lo sciopero ben con un quarto d'ora d'anticipo. Sarò precettato?
Alle 8.20 suona la sveglia mi alzo dal letto e mi metto addosso quello che capita come quasi tutte le mattine.
Alle 8.50 ho finito di prepararmi anche se salto la colazione per guadagnare qualche minuto... come previsto diluvia ma io devo raggiungere Ancona e sono già in ritardo.
Guardo dritto nei fanali della mia auto e lei guarda me. Salgo in macchina e giro la chiave.
Anche oggi mi porterà a destinazione.
Il viaggio scorre senza intoppi almeno fino all'asse nord-sud con solo un po' più di trafffico del solito e qui inziano i problemi qualche accenno di coda e capisco che a causa del maltempo e della manifestazione le strade sono bloccate. Compagni aspettate almeno che arrivino tutti!
Sono le 9.30, il corteo sta per partire immagino e allora decido di uscire a tavernelle e imboccare via Torresi dove trovo una coda di auto che arriva fino in cima alla via. Parcheggio e decido di farmela a piedi. Ottimo un paio di km in più di corteo non autorizzato con ombrello e fischietto in bocca.
Arrivato in Piazza Ugo Bassi ero già fradicio fino alle ginocchia ma grazie a tutta quell'acqua quasi completamente sveglio. Mi metto a inseguire il corteo e faccio tutto Corso Carlo Alberto a passo di marcia... trotterello fino a raggiungere un gruppo del Sindacato Pensionati Italiani (il mitico SPI) che aveva deciso di deviare il corteo sotto agli archi. Li supero beccando anche qualche ombrellata di striscio.
Prendo la galleria Risorgimento e circa a metà (ammazza quanto è lunga a farla a piedi) comincio a sentire le esalazioni tossiche. Un compagno di Pesaro in testa allo Spi mi fa coraggio sventolando la bandierache.
Finalmente raggiungo i compagni universitari, completamente zuppo, all'altezza di Piazza Cavour e intono un agghiacciante Bella Ciao.... i compagni di Urbino rabbrividiscono e mi azzittisco.
Faccio gli ultimi metri di corteo felicerrimo ma la telecamera è scarica e non posso immortalare il bello e rumoroso spezzone studentesco che sfila assieme a Operai metalmeccanici, chimici, lavoratori della conoscenza, Pensionati e tutti gli altri.
Il corteo si conclude a Piazza Pertini con diversi interventi tra cui uno studente Marco detto Socrate prende per qualche minuto l'attenzione dei lavoratori di tutta la Regione Marche.
Intere famiglie erano in piazza nonostante di questi tempi la paga di una giornata di lavoro in meno pesi a tutti con molti dei lavoratori a rischio cassa integrazione e il governo che si preoccupa più delle banche e delle imprese.
Marco si prende un bell'applauso e applauso ringrazia tutti gli studenti che si sono uniti al corteo e sono venuti anche da Camerino e Urbino.
Un ricordo va anche ai lavoratori che da sempre perdono la vita sul posto e in particolare da studente ricordo i morti del laboratorio dell'Università di Catania, morti per il cancro causato dalle esalazioni di sostanze tossiche.
Alle 16.00, dopo otto ore, finisce lo sciopero e vado in ufficio....
Il precario non ha orario!
26.7.07
1984
Nell'anno 1984 il mondo è diviso in tre superstati in perenne guerra fra loro.
I tre stati sono delle oligarchie che hanno la pretesa di essere la migliore forma di governo e che quindi dedicano ogni loro sforzo a mantene il potere.
Il partito è un'entità a se e la sua linea non è più influenzata dagli individui che ne fanno parte.
Il partito durante la rivoluzione si è posto il fine di conservare il potere eternamente e intorno a questo obiettivo è cotruita l'organizzazione dello Stato.
Il progresso in tutte le sue forme si è arrestato. Non esiste più altro scopo che la conservazione del potere.
Orwell descrive ed estremizza la più diffusa forma di degenerazione di qualsiasi forma di governo o di organizzazione: può accadere che chi ha in mano il potere che sia un dittatore, un dirigente, una classe sociale lo utilizzi non per il bene comune e neanche per il proprio vantaggio personale ma al solo scopo di manterlo tra le sue mani e incrementarlo.
Dio è potere dice lo slogan segreto del Grande Fratello.
Leggetevi il libro se non l'avete già fatto e lasciatemi un commento sono proprio curioso di conoscere i vostri commenti...
19.4.04
17.4.04
Alzi la mano chi conosce la storia della bandiera rossa! ho come l'impressione che siano pochi (anche fra i compagni più facinorosi); è curioso scoprire che simboli, parole ed altro, che spesso si danno per scontati, nella realtà, hanno un significato e un origine ben precisi. Non era il colore preferito di Carl Marx o di qualsiasi altro profeta della rivoluzione ma ha una storia ben più remota che risale addirittura all'antica Grecia e in particolare ad Atene. Vigeva, allora, il sistema politico delle poleìs, che in se per se era molto fragile soprattutto rispetto alle minacce estere perchè si confrontava con colossi imperiali come la Persia, l'Egitto, i Fenici, i Romani; ma, al contempo, fu il grande esempio di civiltà che ci viene dal passato: rispetto per tutti (razze, omosessuali, diversi in genere purché fossero colti e ricchi: il resto erano barbari); primo esempio nella storia in cui i cittadini decidevano della politica del proprio paese, in pratica, la democrazia (non è un caso se tutte queste parole vengono direttamente dal greco; ad es. la parola politica viene direttamente da poleis cioè città: non è interessante notare ciò?). Ma andiamo avanti, la democrazia, diceva il politologo Miglio, è un pendolo, oscilla intorno un baricentro, ma in una società sono molteplici le forze che spingono in un verso o nell'altro; fino a quando ci sarà rispetto per l'avversario ci sarà democrazia, nel momento in cui c'è un gruppo prevaricatore allora siamo sul border line (come dicono gli inglesi). Quindi democrazia è esprimere i propri bisogni, lottare per le proprie idee sul come si amministra una società ma con rispetto per l'altro; in una parola democrazia è partecipazione. Osserviamo un attimo la bellezza delle parole e del loro significato: partecipare significa rendersi parte di un sistema, esserne dentro ma con un propria indentità; non posso essere contrario per definizione con questo sistema (società) perchè anche io ne sono un pezzettino, attaccarlo significherebbe in un certo qual modo attaccare se stessi; ma è vero anche che ho la mia individualità da difendere e lo stesso discorso vale anche per le classi sociali. Quindi accadde che in certo punto della storia di Atene avevamo i cittadini, uomini liberi (perchè vivevano di rendita), che votavano, amministravano e facevano carriera; e poi avevamo i lavoratori che non erano schiavi ma non avevano diritti politici (avevano il solo diritto a una retribuzione di sussistenza). Questa situazione durò fino a quando un bel giorno i lavoratori si coalizzarono aizzati da un latifondista greco (politicamente avverso alla "maggioranza di governo") e manifestarono per le vie della città per reclamare i propri diritti; il corteo era aperto da questo latifondista che marciava, felice e contento, con la bandiera rossa (simbolo araldico della propria famiglia). Indro Montanelli ironizzava sul fatto che il simbolo della sinistra avesse un'origine quasi nobile ma in realtà il momento storico è veramente epocale e/o emblematico: è la prima manifestazione, nella Storia, che vede il popolo sfilare pacificamente nelle vie della città per pretendere, democraticamente, una maggiore eguaglianza sociale. La bandiera fu ripresa, poi, all'indomani della rivoluzione francese diventando così il simbolo dei lavoratori uniti, quindi dei sindacati; con l'avvento della filosofia marxista e comunista la bandiera rossa divenne anche il simbolo del partito dei lavoratori. Tengo a precisare che i simboli sono simboli e ognuno ci vede quello che ci vuol vedere ma mi sembrava una storia curiosa ed è comunque cultura.
"Finché esisterà, a causa delle leggi e dei costumi, una dannazione sociale che in piena civiltà crea artificiamente degli inferni, e aggiunge una fatalità umana al destino, che è divino; finché i tre problemi del secolo, la degradazione dell'uomo nel proletariato, l'abbiezione della donna per fame, l'atrofia del fanciullo per tenebra, non saranno risolti; finché, in certi settori, sarà possibile l'asfisia sociale; in altre parole, e da un punto di vista ancor più ampio, finché esisteranno sulla terra ignoranza e miseria, il lavoro dei giovani, per mettere all'indice tutto ciò che è ingiustizia, non sarà mai vano: concorri con le tue idee, i tuoi se, i tuoi però alla realizzazione di tale giornale"
Parafrasando Victor Hugo nella sua introduzione a "Les miserables" (1862)
www.gulliver.unian.it
uniblog@hotmail.com
Quante sono le verità che spiegano un mistero? Per un politico ce ne sono diverse ma quella che gli interessa tra tutte è quella più facile da spiegare, per un giudice la verità esiste solo se è dimostrabile con assoluta certezza ma un bravo giornalista sa che la verità è una sola. Spesso la conosce anche prima di cominciare a cercare. Ilaria Alpi lo sapeva e sapeva anche che molto spesso per trovare la verità basta seguire la stessa strada che percorre il denaro.
Stava percorrendo proprio quella strada quando fu uccisa a Mogadiscio in Somalia.
La guerra civile faceva da sfondo ai suoi servizi sul Tg3 come faceva da sfondo ai traffici illeciti dell’Europa nel paese africano.
Sulla scena ci sono “Uomini d’affari”, sciacalli! Gli uomini che pagano per scaricare rifiuti tossici provenienti dall’industria europea nella “Terra dei pezzenti” e che poi si fanno pagare per procurare le armi necessarie per prolungare la guerra. Così il meccanismo era perfezionato con una guerra civile in corso è più facile coprire certi traffici senza troppi rischi. Ilaria era un sassolino in quell’ingranaggio dagli altri profitti. Sapeva muoversi a Mogadiscio, imprevedibile e intelligente perché era guidata solo dall’amore per la verità e per il suo mestiere.
aveva già annotato nomi e cognomi sui suoi taccuini e il suo operatore aveva filmato una decina di cassette con le prove delle sue tesi.
Per la giustizia infatti non basta sapere la verità ma bisogna anche provarla.
Tutti sanno a Mogadiscio ma solo Ilaria aveva avuto il coraggio di raccogliere le prove e le aveva già annotato nomi, cognomi e luoghi sui suoi taccuini e il suo operatore aveva filmato una decina di cassette con le prove delle sue tesi.
Ma un sassolino non può occupare tutta la scena e qualcosa si stava movendo sullo sfondo.
I trafficanti, i signori della guerra, gli armatori erano decisi a proteggere i loro interessi anche se questo voleva dire uccidere a sangue freddo due persone: Ilaria e Miran Hrovatin il suo operatore.
E lo dimostrarono nel “più crudele dei giorni”.
Poi i sevizi segreti di non so quante nazioni si preoccuparono di infangare e coprire tutto. Non si devono sapere i responsabili!
C’è un processo in corso che più provare al verità è solo fonte di vergogna per il nostro stato di diritto.
Il giudice a cui era stato affidato il caso rischiava di scoprire troppo con un indagine seria condotta sul campo cioè a Mogadiscio e per questo è stato allontanato con una motivazione ridicola.
Un dirigente dei servizi segreti italiani, interrogato in aula, ha dichiarato di sapere… ma di non poter parlare: “Segreto di Stato”. Così si chiamano le verità scomode per un paese. Vergogna!
Le mie sono solo parole tesi oppure è la verità se volete ma non posso provarla.
Devo ammettere di essermi innamorato della figura di Ilaria Alpi dopo aver visto il film “Il più crudele dei giorni” interpretato da Giovanna Mezzogiorno ma già da quello che avevo letto sul suo conto si intuisce il carattere di una delle tante persone che loro malgrado tra le pagine amare della storia d’Italia.
Fabio
Se per un essere umano è necessario avere la Carta d’Identità per circolare negli stati membri dell’unione, per un arma (anche da guerra) sarà sufficiente che due produttori di armi abbiano firmato un contratto di coproduzione.
Infatti se due produttori collaborano in un progetto internazionale gli sarà sufficiente richiedere una “Licenza globale di progetto” per far si che armi, componenti, munizioni ecc… possano viaggiare indisturbati tra i due paesi. Cioè inizierà uno scambio di armi senza limiti di quantità, valore ma soprattutto senza controllo sul loro uso finale: se il paese di origine di un proiettile è l’Italia e quel proiettile è frutto di una coproduzione tra l’Italia e l’Inghilterra allora non solo quel proiettile potrà viaggiare dall’Italia all’Inghilterra ma da li potrà essere girato in qualsiasi posto della terra a piacere degli Inglesi.
Se la legge inglese lo consente potrà essere venduto anche ad un paese in guerra o per paradosso anche a un paese in guerra proprio contro l’Italia.
Cosa ispira questa nuova legge? Citando i sostenitori della legge “la necessità di ristrutturare l’industria bellica europea (poi sono stati inclusi i paesi NATO e Onu) favorendo le interazioni tra industrie straniere…”
Mi sembra inutile dilungarsi su cosa spinge a creare un varco nella vecchia legge del 1990. Invece torna utile alla comprensione il fatto che per avere una licenza globale di progetto basterebbe addurre motivi di tipo commerciale e/o economici per scavalcare tutti gli organi di controllo anche il parlamento.
Sono sempre stato convinto che le armi servissero ad uccidere, la l. 189/90 l’ho presa come un tentativo di convincermi che servissero a difendermi ma adesso redo sempre più che un’arma serva ad arricchire chi la vende…
Fabio Rossi
Prima del 1990……
l’esportazione di armi era regolata dalle norme generali sul commercio internazionale cioè non c’erano restrizioni di nessun tipo per le armi rispetto ad altri prodotti.
Non esisteva nessun organo di controllo che in qualche modo potesse garantire trasparenza sulla destinazione e uso delle armi prodotte in Italia e tanto meno sul loro uso finale.
Non era possibile inoltre identificare il materiale bellico che transitava sul territorio nazionale, tanto meno scoprirne la provenienza.
Addirittura era in vigore il regio decreto n°161 del 1941 che prevedeva che tutta la materia “armi” fosse coperta da segreto militare e quindi restava nascosta persino al parlamento.
Negli anni ’80 le pressioni esercitate dalla società civile in seguito agli scandali sul rifornimento di armi a paesi belligeranti (iran-iraq) o responsabili di violazioni dei diritti umani (Sudafrica, paesi del terzo mondo in genere) posero l’accento sulla necessità di un sistema di controllo dei movimenti di armi.
La legge n°185 del 1990 fu la risposta.
La legge non è ispirata da principi umanitari o dal rispetto dei diritti umani ma bensì è rivolta a riconoscere la materia del commercio di armi come parte non secondaria della politica della politica estera e quindi si propone di integrare e coordinare queste due materie al fine di proteggere gli interessi del paese. Le linee fondamentali infatti esprimevano la necessità di subordinare il commercio di armi alla sicurezza nazionale, alla costituzione (art.11) e al diritto internazionale (prevenzione dei conflitti, tutela dei diritti umani)e guarda caso alla lotta al terrorismo…
Nonostante questi temi fossero critici, fino al 1990 non si è sentito il bisogno di regolarli.
Questa legge rappresenta una delle poche vittorie della società civile per questo veniva considerata un simbolo da difendere.
F.R.
Non avrei mai voluto scrivere un articolo su una vicenda così poco importante come quella del Crocefisso: francamente penso che la scuola italiana e l'establishment politico italiano abbiano questioni più serie sulle quali infervorarsi. In questi giorni si è scatena una polemica senza quartiere in Parlamento, nei giornali, nelle trasmissioni radio e tv; si sono visti commenti che sfioravano il ridicolo e un trionfo di discorsi "da bar" nei salotti dell'alta cultura. Così abbiamo visto una Mussolini furente che difendeva, come una Giovanna d'Arco "de noantri", un regolamento del nonno (ossia quello che ha introdotto la Croce nelle scuole); Ciampi ha esaltato tale simbolo come una seconda bandiera dello Stato Italiano (ma del resto cosa poteva dire il nonno di tutti noi? ho il timore che il prossimo 25/12 si presenti, per le vie romane, vestito da Babbo Natale su una slitta, italicamente trainata dalla banda dei bersaglieri, per portare i doni ai bambini); ho visto il TG2 lanciare la rubrica "Adotta un Crocefisso" (e non stò scherzando), in un loro servizio sono riusciti a trovare una discarica di Croci (tra cui quella della Giornata Mondiale della Gioventù) e si invitava le amministrazioni territoriali a recuperarle per esporle nelle piazze; ho sentito in radio le interviste della gente, cariche di odio e di risentimento, senza quindi quella cristiana comprensione che un omino di 2.000 anni fa ci ha insegnato (porgere l'altra guancia: giuro che questa non è una mia frase). Detto ciò è scontanto che questa è una polemica strumentale e che è dovuta principalmente alle lotte intestine al movimento musulmano italiano. I musulmani nel nostro paese sono più di un milione: numericamente hanno lo stesso peso dei marchigiani e comunque sono superiori ad abruzzesi, molisani, valdostani, umbri ecc. E' lapalissiano che siano diventati una forza politica ed economica non indefferente: di qui la lotta delle varie associazioni musulmane italiane che cercano di prevalere l'una su l'altra per ottenere l'egemonia politica sull'intero movimento (penso che di questo argomento i mass-media e i politici italiani si siano occupati poco e invece è un tema importante: cosa accadrebbe se tale movimento pacifico, per adesso, finisse nelle grinfie di qualche esaltato?). In questo contesto va inserita l'intera vicenda: Adel Smith, pres. di una sedicente Unione dei Musulmani Italiani, lancia la provocazione, estremizza la lotta: è una antica mossa politica, più esasperi i toni e più trovi adepti, più trovi un nemico immaginario (contro cui scaricare le frustrazioni di un popolo) e più hai seguito. E' un gesto demagogico, è evidente. Sembra assurdo che i politici italiani cadano in una trappola così banale ma siccome nessuno è fesso anche i nostri rappresentanti hanno voluto strumentalizzare la questione. Ecco quindi che estremisti antagonisti sono uniti nel voler sfruttare una situazione che lacera i rapporti fra due culture che, in realtà, hanno molto in comune e dovranno cercare percorsi comuni se vorranno una futura e pacifica convivenza (o meglio ancora, integrazione). Detto ciò l'intera vicenda ne apre un'altra: la laicità dello Stato. Uno dei principi cardine di uno Stato democratico e moderno è la laicità: solo così si può garantire uguali diritti a tutti i cittadini senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali (art. 3 della nostra stupenda Costituzione). Se facciamo un salto nella Storia ogni qual volta la Religione si è confusa con lo Stato ne hanno perso gli stessi valori religiosi e umani in genere: è forse per questo che quell'omino di 2.000 anni fà diceva date a Cesare quel che è di Cesare? Sinceramente penso proprio di si: la religione non è amministrazione della cosa pubblica ma un atto di fede personale; i luoghi dello Stato non sono luoghi di culto: per questo ci sono le chiese o meglio ancora l'introspezione egocentrica. La Croce nelle scuole è un rimasuglio dello Stato fascista, figlio di un Concordato che non aveva lo scopo di tutelare i diritti dei cittadini ma la mera spartizione di potere. Spero che tutta questa storia non faccia regredire il Paese su uno dei principi cardine dello Stato Democratico; vi lascio con una frase del grande Montanelli:
Laicismo significa libertà e la libertà è la condizione di ogni progresso, specialmente di quello culturale.
C.T.
Il 23 ottobre 2003 l'ass. Gulliver S.U. ha organizzato un'interessante conferenza-dibattito sul tema delle pensioni; presenti in aula erano il prof. Antonio Di Stasi, il segr. reg.le della CISL Mastrovincenzo Stefano e il segr. prov.le della CGIL Zoppi Gilberto. Riassumere nelle poche righe di un articolo una questione così vasta come quella previdenziale è impossibile ma si può fare qualche considerazione politica e analizzare come questo governo si sia mosso in campo sociale ed economico. Iniziamo dall'attualità più cogente e col dire che quanto di seguito sono principalmente le opinioni personali di chi scrive. Una riforma pensionistica, l'Italia già ce l'ha ed è la ccdd "Riforma Dini" che nasce per risolvere un problema che esiste: in un sistema a ripartizione, come il nostro, dove i lavoratori di oggi sostengono le pensioni dei loro genitori, e con un invecchiamento della popolazione, si rischia un collasso. La "Dini" si è sviluppata essenzialmente lungo due linee: da una parte ha elevato gli anni sia per la pensione di vecchiaia che di anzianità e dall'altra ha introdotto il ccdd "secondo pilastro" (ossia la pensione integrativa). Appena insediato il presidente del consiglio, tal signor B., nomina una commissione, detta Brambilla, che ha il compito di studiare gli effetti della suddetta riforma. Il giudizio che ne viene fuori è nettamente positivo: la riforma mantiene il sistema delle casse (dell'INPS); in altre parole c'è equilibrio fra entrate e uscite! Quasi contemporaneamente la stessa UE invita i paesi europei ad aggiustare le previdenze nazionali sull'esempio del modello italiano e svedese. In teoria non esisterebbe ragione economica per un nuovo salasso alle famiglie. Ma il signor B. fa orecchie da mercante (del resto è il suo mestiere), invita i sindacati intorno ad un tavolo per discutere della questione; le rappresentanze sarebbero anche disposte a trattare aggiustamenti alla già esistente riforma ma sul tavolo viene buttato un pacchetto già bello che confezionato e quindi inattaccabile. La sera stessa, dall'unico balcone affacciato in tutte le case, il dittatore mediatico ci offre la sua ricetta per salvare l'Italia dall'incapacità e inettitudine dei sindacati. Il tutto con buona pace della concertazione o dialogo sociale che dir si voglia. Qual'è, allora, la vera ragione di tutto ciò? In realtà, le pensioni sono solamente un tassello del programma economico del governo. Si mira a ridurre i contributi dei lavoratori per ridurre il costo del lavoro per gli imprenditori; inoltre, proprio in questi giorni, è entrata in vigore la legge Biagi (il cui dramma è stato usato come marketing all'azione del governo) e che, in sostanza, aumenta la precarizzazione dei lavoratori. All'attacco del mondo del lavoro si aggiunge lo smantellamento del Welfare: tagli all'istruzione, tagli alla ricerca, tagli alle regioni (cioè alla sanità), riduzione della progressività dell'Irpef... TAGLI E CONDONI... TAGLI E CONDONI… Il tutto ovviamente è spalleggiato dalla CONFINDUSTRIA e soprattutto dai grandi imprenditori che invece di investire e rischiare preferiscono l'economia di bolletta ossia accaparrarsi tutti quei settori, una volta pubblici, che garantiscono monopoli o al massimo oligarchie (la classica economia di rapina); e di esempi ce ne sono a iosa: si pensi solo al settore delle telecomunicazioni, dell'energia elettrica, delle autostrade e cosi via. Forse questi illustri signori non sanno, come abbiamo dovuto studiare noi, che il costo del lavoro si può ridurre anche se si investe in tecnologia, in innovazione e formazione ma... forse sbaglio, è molto più comodo vivere di rendita! chi glielo fa fare di rischiare! Ma non è forse questo il mestiere dell'imprenditore? i suoi extraprofitti non sono forse giustificati dal rischio economico? Questa non è politica liberista (e a questo punto, magari lo fosse davvero!) ma è la politica di un bieco e spietato capitalismo conservatore che taglia le gambe alle famiglie e a ogni possibilità di progresso. In conclusione, vorrei ringraziare tutti coloro (qualunque sia la propria idea politica) che sono convenuti e hanno partecipato al dibattito. Un grazie, ancora, al prof. Di Stasi e alle rappresentanze sindacali.
Claudio T.
8.5.03
tra poco ci sara' il referendum sull'estensione dell'art 18 anche per le imprese di meno di 15 dipendenti.
La prima domanda che viene da fare a Bertinotti e': "che cazzo di referendum hai piazzato?"
Viene da pensare ma perche' quando anche la confindustria va contro il governo Berlusconi chiedendo di sospendere l'abolizione dell'articolo si deve rilanciare come in una partita a carte.
Infatti non c'e' alcun dubbio sul fatto che per essere licenziato ci sia bisogno di una giusta causa e che un diritto se vale per una grande impresa valga anche per una piccola (non si tratta di un dovere delle imprese infatti ma di un diritto dei lavoratori) ma si deve tener conto del fatto che le conseguenze sulle piccole imprese potrebbero essere pesanti.
Infatti per una gran parte delle imprese artigiane una causa persa con relativo risarcimento è forse gia' un deterrente abbastanza forte al licenziamento (date le spesso stretti margini finanziari) e quindi aggiungere la possibilita' del reintegro potrebbe veramente diventare un deterrente alle nuove assunzione.
Però se il referendum avra' un esito negativo per il Si vorrebbe dire aprire la strada a nuove e molto piu' gravi lacerazione nelle tutele a tutti i lavoratori.
La posta in gioco e' troppo alta non si puo' dire No.
Nel caso di un Si deciso infatti e' facile pronosticare, a fronte dell'estensione, una debiazione verso la revisione della definizione di "giusta causa", vista anche la volonta della maggioranza del parlamentoche poi dovra' elaborare la nuova legge, che appare la soluzione più sensata che possa lasciare i lavoratori e le imprese indenni da timori.
E' gia successo in passato che i risultati dei referendum vengano parzialmente ignorati mentre in caso di NO non ci sarebbe ritorno perche' questa maggioranza ha già mostrato di poter tirare avanti senza curarsi di opinione pubblica ecc... anche fino alle estreme conseguenze.
Un buon SI a cuor leggero a tutti.
17.4.03
http://www.rainews24.rai.it/ran24/speciali/postwarblog/default.htm
26° giorno di guerra
diario di Giovanna Botteri
Ventiseiesimo giorno di guerra. acqua, luce, telefoni, cibo, medicine. tutto continua a mancare. ma da oggi hanno riaperto al candles e al sajaf. fanno kebab e chicken tikka. lo stesso piatto che venti giorni fa costava un dollaro oggi ne costa venticinque. il problema, almeno per i giornalisti, non sono i venticinque dollari, ma riuscire ad arrivarci. le strade sono piene di bande di saccheggiatori, armati e pronti a distruggere, tutto. il museo archeologico non esiste piu'. tremila anni di storia polverizzati in 48 ore. e da ieri brucia la biblioteca nazionale, migliaia di volumi, memoria storica dell'intero Iraq. gli abitanti di Baghdad assistono impotenti alla distruzione della loro citta' e del loro patrimonio culturale. i marines sembrano indifferenti a quello che succede, ma sui muri gia' sono comparse le prime scritte antiamericane. Bush sostiene i saccheggiatori, bush = saddam. Un solo palazzo, in tutta la citta', e' rimasto intatto, protetto dai tank color ocra giorno e notte. E' il ministero del petrolio.
13.4.03
Non è colpa mia, ormai non si capisce neanche su cosa è più urgente manifestare.
Cmq a dimostrare la mia buona fede c'era una folta rappresentanza degli studenti anti-moratti nel corteo pacifista.
A QUANTO SI DICE E' SOLO UN ARRIVEDERCI, SE CE L'AVETE CON LA MORATTI DOVETE ASPETTARE...
Scuss :.(
8.4.03
SE NON RIUSCIAMO A FERMARE LA GUERRA FERMEREMO ALMENO LA mORATTI
SALVIAMO L'UNIVERSITA' PUBBLICA!!!!
la ministra ha già dimostrato di arretrare, a fronte di una protesta pressante (per esempio riguardo le riforme delle scuole dei gradi inferiori), quindi STRILLIAMO!!!
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La Moratti Inventa il percorso a Y ovvero, SORSI di Laurea!
Da un paio d’anni sono stato attivati i nuovi corsi di laurea triennali, neanche il tempo di metabolizzare le novità che già questo sistema sembra diventato obsoleto. In realtà semplicemente al nuovo governo non sembra sufficiente lasciare agli studenti la scelta di interrompere l’iter universitario dopo tre anni perché questo avvenga veramente. C’è bisogno di una radicalizzazione delle scelte. La nuova riforma Moratti, elaborata da una commissione appositamente formata, prevede infatti una selezione che non lascia più scelta agli studenti. Dopo il primo anno, uguale per tutti gli studenti all’interno della stessa facoltà, è prevista una selezione definita “rigida” (in base al numero degli esami dati e alla votazione conseguita) chi supera questa selezione ha la possibilità di proseguire per altri due bienni come le vecchie lauree quinquennali chi non ce la fa viene avviato, invece a un percorso “professionalizzante” di 2 anni dopo dei quali è obbligato ad abbandonare gli studi. Il “modello a Y” non permette inoltre una volta imboccato uno dei due percorsi paralleli di passare da un ramo all’altro in nessun modo perché profondamente diversi uno dall’altro: uno proiettato al mondo del lavoro l’altro a un livello di studio elevato e d’elite. La differenza con la precedente riforma Berlinguer (tuttora in vigore) consiste nel fatto che la possibilità di lasciare l’università dopo tre anni non è più lasciata alle decisioni dello studente ma è frutto di una scrematura che lede il diritto (costituzionale) allo studio.

